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In scena "Le Notti Bianche" di Dostoevskij

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Compito ingrato quello di dover recensire il lavoro di un amico! E sì, perché poi uno può pensare che il giudizio sia parziale, e in effetti penserebbe giusto, ma se alla parzialità del recensore corrisponde l’effettiva bravura del recensito non credo si faccia peccato. L’importante è essere sinceri con sé stessi e con chi legge. Ma bando alle ciance! Veniamo al nocciolo della questione. C’è un personaggio sulla scena, anzi due, ma il secondo è talmente complementare al primo che insieme fanno un tutt’uno di tenerezza.
   Vorrei fare una piccola premessa da erudito: diceva Milan Kundera che un giorno, mentre “Dio andava lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l’universo”,  Don Chisciotte “uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo”. E da quel giorno tutta la letteratura europea lo ha preso per mano in un viaggio alla ricerca di un attimo di felicità, chiamandolo ora Bartleby lo scrivano, ora K. l’agrimensore, ora Vladimir & Estragon, come se un unico filo legasse l’ansia di nobili gesta eroiche e l’estraniazione, l’emarginazione dalla roccaforte del potere e l’attesa insensata di un nulla che non arriva mai: l’intimo desiderio di scivolare in una diversa dimensione, onirica, evanescente, leggera, o più semplicemente in un sogno, inteso nella sua essenza più pura, un misto di candida follia ed estasiata beatitudine.

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Eccolo, il personaggio di sempre, eccolo tornare a Pietroburgo, in un racconto giovanile di Dostoevskij, Le Notti Bianche, nelle vesti di un vagabondo che guarda il cielo e le stelle, e che si chiede istintivamente “è mai possibile che sotto un simile cielo esistano uomini collerici e capricciosi?”. Convenite con me che solo un sognatore può porsi queste stupide domande? Ma convenite con me anche sul fatto che se uno si pone domande così poetiche non è affatto uno stupido? Bene, stabilito che convenite con me, vi dico subito che questo personaggio senza nome, che potremmo chiamare semplicemente il Sognatore, ha il volto di un attore che nello sguardo stralunato e nella gestualità elegante e misurata ne confeziona un’immagine di commovente fragilità e ingenuità. Sorpreso ed estasiato, vive improvvisamente una fugace storia d’amore che altro non è che una fulminea illusione. Una fulminea illusione, un tempo impercettibile.

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Eppure quanti pensieri e quante emozioni affollano la sua mente e il suo cuore in quell’attimo, riempito dagli incontri notturni con Nasten'ka, la ragazza che illumina improvvisamente, con il candore e la bellezza adolescenziali, le sue solitarie passeggiate nella silenziosa e deserta Pietroburgo notturna. Una creatura semplice, dai modi delicati, bella e leggera quanto basta per far palpitare il cuore di lui. Ne nasce spontaneamente un’amicizia che lambisce a tratti l’indecifrabile terreno dell’Amore, quello con la A maiuscola, quello più sincero, disinteressato e profondo.
   Tanto è felice lui quanto è tormentata lei nella difficile e forse impossibile scelta, quando gli rivela la verità: è legata a un altro, lo aspetta, lo sposerà. Il Sognatore accetta con timida rassegnazione, ma non può fare a meno di rivelarle il suo amore, e rivelandole il suo amore promette che rispetterà la sua scelta e che gioirà della sua gioia. Le sue parole e le sue rauche confessioni si perdono nel cielo stellato e si liberano in quell’attimo dilatato all’infinito, attraversano l’universo, nello struggente arpeggio di chitarra in sottofondo, come per dire che i pensieri e i sentimenti di un Sognatore non possono rimanere qui, fissati su questo scellerato mondo, tra la sua gente capricciosa e collerica, e verrebbe da dire anche di peggio: un’umanità addormentata e condannata a vivere nello stolido inferno del reale, illusoriamente felice ma che ha rinunciato, forse per sempre, alla serena estasi dei sogni. Le sue parole e le sue confessioni vanno ben oltre, nella ricerca dell’attimo, nel desiderio di fissarlo per sempre, perché seppure fugace e inafferrabile, è così pieno di beatitudine da valere quanto un’intera vita. E forse anche più.

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Ebbene, questo è quanto ho visto e capito in una sala teatrale, e l’attore stralunato è Claudio Capecelatro, che si è occupato anche della dura fatica della regia, e che per ironia della sorte ha avuto un paio di giorni di raucedine che gli hanno conferito una voce ancora più dimessa (gli consiglierei di continuare a provare in ambienti umidi, la voce roca ha una suggestione particolare in certe situazioni). C’è poi la tenera, tenerissima, Nasten'ka, la cui parte è affidata alla giovane e brava Patrizia Ciabatta, riccioli neri, occhi scintillanti e un sorriso che rende dolci e felici le lacrime di chi guarda la loro storia, perché quando si piange in un sogno si piange di piacere. E io vi piansi, e lo feci con grande piacere. E ho appreso che quello che dice e pensa e fa il Sognatore è quello che tutti noi vorremmo dire e pensare e fare, ma non ne siamo capaci.

                                                                Karl Drehimar

PERSONAGGI DIMENTICATI

Una piccola rassegna di personaggi con i quali la storia non è stata generosa, relegandoli nel dimenticatoio anche per l'invadente presenza di altri personaggi molto somiglianti

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il piĆ¹ grande artista contemporaneo

DALLA SCUOLA NEO-BIDIMENSIONALISTA AL DEPRESSIONISMO

Karl Drehimar è nato a Shulk-Zan-Brost, nella Corizzia sud-orientale, quarto di tre fratelli, da Arthur Drehimar, un idraulico quantistico e da Helene Skarfurker, una maestra universitaria. A tre mesi fu affidato alla nonna Karlotte Schumbentz, perché il padre Arthur era scappato oltre Atlantico per evitare guai con la giustizia: era infatti ricercato dalla polizia perché aveva provocato un’alluvione in tutto il paese dopo una mal riuscita riparazione di un rubinetto (occorre ricordare infatti che, imbevuto di nozioni di fisica quantistica, il signor Arthur Drehimar amava sperimentare rubinetti con la chiusura a fissione nucleare, esperimenti che spesso si traducevano in devastanti esplosioni).

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In questa fotografia vediamo Karl Drehimar negli anni Ottanta, mentre si reca verso le grotte del Bue Marino, in Sardegna, dove era stata allestita clandestinamente una mostra delle sue opere

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Karl Drehimar si è cimentato anche nella poesia, ed è unanimemente considerato uno dei massimi esponenti della cosiddetta poesia bianca. Si tratta di una corrente che supera l’ermetismo, considerandolo un superfluo ridondare di parole senza senso e senza significato. Il poeta bianco è quello che, pur avendo l’intuizione lirica, non scrive poesie perché le considera inutili, e quindi non lascia traccia della sua opera. Drehimar infatti, coerente con questa linea, non ha mai scritto una poesia ed è dunque un poeta bianco a tutti gli effetti. In un’intervista di molti anni fa, alla domanda su quali fossero i temi preferiti della sua opera poetica bianca, Drehimar rispose che era ancora in cerca di ispirazione ma che anche quando l’avesse trovata non sarebbe servita a niente perché non l’avrebbe scritta. E concluse perentorio sostenendo che il poeta bianco non deve perder tempo nella ricerca dell’ispirazione, il suo compito è solo quello di sapersi poeta e di  farlo sapere al mondo. Tra le sue migliori poesie bianche si ricordano Nulla, Zero, Il Vuoto Totale e Assenza, che sono tuttavia, per ovvi motivi, irreperibili.

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LAVORI IN CORSO SULLA VIA LATTEA, 1994 (Stardustografia a termocolorazione. Pescasseroli, museo del Lattaio di Via dei Lattai)

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Quest'opera rivela, forse al di là delle intenzioni dello stesso autore, quali fossero le vere idee politiche di Drehimar, il quale per la verità si è sempre dichiarato "anarchico dissenziente nichilista destrutturante". Una definizione che neanche lui ha mai saputo spiegare, limitandosi sempre a commentarla così: "Sono per una maggiore libertà", che dice tutto e niente. Sebbene falce e martello risultino distanti in questo dipinto, è evidente il richiamo alle idee marxiste, e la distanza tra i due strumenti serve solo a sottolineare le enormi difficoltà nel tenere insieme le idee comuniste. L'opera, che provocò un ampio dibattito in tutto il mondo, fu messa all'indice dal dittatore coreano Kim Jong-il, che era appena giunto al potere e pensò che la dissacrante rappresentazione del distacco falce-martello fosse una presa per i fondelli indirizzata a lui. Diede ordine di rafforzare il pattugliamento lungo i confini del paese e di sparare a vista su Karl Drehimar qualora si fosse affacciato e avesse manifestato la minima intenzione di entrare in Corea, fosse anche solo per prendere un caffè

L'EPTAMANO (THE SEVENFINGERED HAND) - 1981 - (temperografia su micropelle. Amsterdam, Akkrokkenmuseum)

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In quest'opera, che segna il passaggio ormai definitivo al depressionismo, Drehimar colpisce l'osservatore con le sue ambiguità che sfiorano la provocazione. Di chi è la mano? Perché ha sette dita? E' forse la metafora dell'uomo moderno cui non basta una mano ordinaria per farsi largo nella vita?

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AUTORITRATTO - 1989 (pirografia granulare su tela xiloplasticata. Museo Nacionàl de los Foridecabezas. Madrid sud, Espagna)

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Karl Drehimar ama farsi l'autoritratto quando esce dal barbiere. Poichè non ha specchi in casa, si fa descrivere da un amico che tuttavia è strabico. Ne esce sempre fuori un personaggio che con Drehimar non ha niente a che fare. Ma lui questo non lo sa, e appena si guarda nell'autoritratto piomba in una cupa depressione e reagisce dandosi all'alcool, ma quello etilico, con il quale si disinfetta inesistenti ferite sulle braccia e sulle gambe

 

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(continuazione biografia). Nessuno ha mai saputo la vera età di Karl Drehimar, il pittore neo-bidimensionale che ha rivoluzionato il mondo dell’arte tra gli anni Settanta e Ottanta. Nessuno, neanche a Shulk-Zan-Brost, la sua città natale, dal nome tanto impronunciabile quanto è indecifrabile l’opera pittorica di questo singolare artista. Da questa cittadina mitteleuropea pigramente distesa sulle rive del Mare di Brestik sono spariti tutti quelli che lo conoscevano: Zoran il libraio, Hemile il panettiere, la signora Lauren delle camicie stirate, e poi ancora il professor Smeduelson, Johan Massursky, Lili Zebren, Anthon Kerbl. Come se tutti si fossero accordati per non lasciare alcuna testimonianza, sono scomparsi in massa da questa città.

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CAVALLO CON MOCASSINI  (1974, acquerello effervescente naturale. Bilbao, Palazzo dei Re Jetti)

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Sul significato di questo singolare dipinto i critici si sono accapigliati per un decennio. Secondo l'interpretazione più accreditata pare che Drehimar abbia sempre desiderato allevare un cavallo dentro casa, come si fa con un gatto o un cane. Però si è sempre posto il problema degli inquilini del piano di sotto, che sicuramente non sopporterebbero lo scalpitìo degli zoccoli. Tra le varie soluzioni possibili, Drehimar studiò alcuni tipi di calzature ammorbidite da una para di gomma, e tra queste un paio di mocassini numero 87 molto eleganti.Tuttavia il progetto fallì perché Drehimar non trovò un cavallo disposto a infilare i suoi mocassini

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(continuazione biografia). Drehimar ha vissuto un’infanzia tranquilla, ha frequentato la scuola primaria nel paese natale, poi – avendo scoperto la sua passione per la pittura – si era iscritto alla Scuola d’arte Superiore di Briskenburg, che distava tuttavia 80 chilometri da casa. Ogni mattina saliva in bicicletta e imboccava la strada per la scuola, ma impiegava sempre sei o sette ore e quando arrivava le lezioni erano finite. Andò così per tutto il quinquennio e, dai registri di scuola, si apprende che Drehimar fu espulso dopo tre mesi perché giudicato “inesistente”, ma lui non lo seppe mai e continuò a fare su e giù fino all’ultimo anno. Sul suo diario scrisse “Finalmente ho finito la dura fatica della Scuola d’arte, non ho imparato molto se non a pedalare da gran campione”. Sceso dalla bicicletta, si comprò un cavalletto, una decina di pennelli, una decina di tele e partì per un viaggio nelle regioni della Burgrivia e del Moncholn, da cui trarre ispirazione per i suoi dipinti. Poiché aveva dimenticato di comprare i colori, annotò mentalmente tutto quello che doveva dipingere e cercò di mantenerne la memoria fino al ritorno a casa

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LA FUGA - 1975 (scarpografia a compressione. Bluesuedeshoes Museum di Saint Jeppet, LA, Callifornia)

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Secondo la critica, "La fuga" è uno dei capolavori di Karl Drehimar, nel quale si ravvisa tutta l'ambiguità dell'artista (ambiguità che peraltro lo stesso Drehimar non ha mai voluto nascondere): l'osservatore si pone subito l'interrogativo di chi fugge da cosa: il piede sta per infilarsi nella scarpa per iniziare la fuga, o non è piuttosto il piede stesso che fugge da quella che è la sua prigione quotidiana? Si rimane ore a guardare l'opera senza mai darsi una vera risposta, e comunque fino a quando il custode del museo si avvicina e dice: "Signori, si accomodino che stiamo chiudendo".

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MAESTRA CON BATTIPANNI - 1957 (matita su carta. Napoli, Archivio storico didattico Istituto Regina Coeli)

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La prima opera in assoluto di Karl Drehimar. Sembra sia stata commissionata da un compagno di classe, che era stato appena picchiato a dovere dalla severa maestra e intendeva sbeffeggiarla con una pungente caricatura. Il risultato di questo lavoro fu che anche il piccolo Karl ricevette una robusta dose di botte

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LA GRANDE NEVICATA DEL '97 - 1999 (xilofarina su pergamena biologica. Museo delle Arti Fredde, Viennapoli)

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Non si è mai saputo dove effettivamente si sia verificata la nevicata che ispirò il grande artista. Probabilmente rimase molto impressionato durante un viaggio nelle regioni scandinave. Drehimar soffriva maledettamente il freddo e sembra che compì quel viaggio indossando come giaccone un materasso arrotolato. Il dipinto qui riprodotto non fu di semplice realizzazione, egli lavorò a lungo per ottenere il colore più adatto a rendere l'idea della neve. Impiegò due anni e potè presentare l'opera solo nell'estate del '99, decisamente fuori stagione. Il dipinto è rimasto poi per dieci anni in un congelatore a casa della zia del pittore, per poi essere trasferito a Viennapoli, al Museo della Arti Fredde accanto ad altri capolavori dello stesso genere, tra cui il celebre "Bastoncini in caduta nella padella" di Hyeronimus Findus

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TERRORE - 1975 (dalixografia sabbiosgranata - 1973. Tenenenenerife, Strizzarkulo Museum).

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Fa parte del periodo grigio dell'artista, caratterizzato da una cupa depressione, durante il quale tentò una forma di suicidio con diritto di recesso. In quest'opera è evidente il richiamo a Munch e al suo celebre "L'urlo". L'astuzia di Drehimar qui consiste nel non farci vedere la bocca del soggetto, che quindi potrebbe anche stare sgranocchiando noccioline e sbarrare gli occhi per essersi semplicemente frantumato un dente

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IPOTESI DI BIG BANG – 1982 (petografia a spruzzo vaporizzato. Nacional CloachMuseum di Excrementhburg).

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Drehimar è sempre stato molto incuriosito dalle varie teorie sulle origini dell’universo, e nel tempo ha elaborato una sua singolare idea sull’argomento. Idea che si rivelò dissacrante e provocatoria, guadagnandogli la netta condanna dei critici che dissero in coro: “Drehimar dipinge con il culo”, senza peraltro sapere che la metafora non era tale. Drehimar infatti produsse quest’opera con un sontuoso peto dopo essersi fatto un clistere con una serie di colori a tempera diluiti nell’acqua calda. L’idea era che da quel peto si sarebbe riprodotta sulla tela l’identica distribuzione della materia che si era avuta al momento del big bang. Il dipinto è decisamente auto celebrativo, e il deretano sulla destra, che genera galassie, nebulose, e pianeti, sarebbe il suo stesso deretano assurto a creatore del tutto.